Chi

Stelle, fossi, rane. (semicit.)

Mi chiamo Marco Bozzi.
Classe 1983 (“classe”, così suona un po’ come se fossi un modello di sottomarino), nato un giovedì di aprile in quel di Milano, città che odio e che amo (amo?).

Amo i numeri fin da quando ho memoria (cioè quella dei miei). Mi piacciono pure quando sono romantici. Li uso per lavoro, ma anche quando alleno.

Sono un ex nuotatore, poi diventato allenatore, e amo il mare. Alpinista con un debole per le pareti di ghiaccio, perché la montagna è casa.

Imparavo (imparavo?), a 5 anni, perché l’acciaio galleggia sul mercurio liquido, e a distinguere lo stile gotico dal romanico non molto più tardi, visitando le chiese della mia città natale, Milano, insieme a mio nonno materno, un istitutore sui generis. I miei testimoniano anche una precoce affinità con i numeri.

A 7 anni ricevevo il mio primo telescopio –un rifrattore giallo–, non esattamente memorabile col senno di poi, anche perché restavo più affascinato dal catalogo dei prodotti per l’astronomia amatoriale, distribuiti dal negozio di ottica presso il quale mio padre aveva acquistato quel telescopio giallo, che dal telescopio stesso. Alcuni degli strumenti che bramavo su quel catalogo li ho avuti, poi. Già, perché quel telescopio giallo fu solo il primo di molti, man mano che passavano gli anni e il mio fascino per il cielo restava insoddisfatto.

Le mie prime letture erano i fumetti Disney (ho sempre amato Paperino, credo di identificarmi in lui), i libri di Bianca Pitzorno e altre pubblicazioni per ragazzi, nonché un primo approccio ai cieli con la divertente serie di libri dei Bobobobs (personaggi di fantasia di uno studio d’animazione spagnolo). Ricordo con piacere, come regalo di papà, il romanzo cavalleresco “Storia di re Artù e dei suoi cavalieri” (o “La morte di Artù”) di Sir Thomas Malory.
Dal 1991 i miei genitori mi aiutavano a collezionare la mia prima enciclopedia scientifica, curata dagli astrofisici Margherita Hack e Corrado Lamberti, probabilmente uno dei migliori prodotti di editoria divulgativa scientifica di alto livello.
Negli stessi anni, mio papà mi regalava anche l’abbonamento alle riviste “L’Astronomia” e “Airone” (quest’ultimo, un bel prodotto di editoria per la divulgazione scientifica sul format del più celebre National Geographic).
Letture sempre più sofisticate si succedevano nel tempo, fintantoché non ho avuto modo di acquisire gli strumenti matematici per poter approfondire davvero certe materie (ma per questo devo ringraziare soprattutto, nello specifico, tre persone).
Le letture, nel tempo, diventavano studio; i libri diventavano manuali e dispense.

Anche i miei telescopi cambiavano col tempo, passando per rifrattori e riflettori, fino ai catadiottrici. Le mie postazioni ideali erano il terrazzo della camera dei miei (che nelle sere invernali si trasformava in un frigorifero, con buona pace di mia madre) e, tra la primavera e l’estate, il giardino della casa in collina dei miei nonni paterni: qui facevo le mie osservazioni migliori e qui facevo anche le mie prime fotografie del cielo (l’ammasso globulare M13 in Ercole e la galassia M32 in Andromeda come primissimi soggetti) usando la pellicola con una vecchia reflex Minolta di papà.
Tutto questo fino ad arrivare, oggi, al progetto di un osservatorio.

Mio nonno materno era solito portarmi a visitare chiese, musei e mostre d’arte locali. Era un uomo forte, inflessibile (fin troppo, direbbe mia madre), con una costante passione per la scienza e l’arte che cercava di esplorare in ogni modo possibile, pile di libri comprese. Un ufficiale di polizia nella vita, prima che la morte lo portasse via troppo presto. L’ultimissimo ricordo che conservo di lui è la sua figura –vigorosa, nonostante il destino di cui era già consapevole– mentre coinvolgeva me e mio fratello nella proiezione, fino a notte fonda, di migliaia di diapositive dei viaggi di una vita, nonostante le lamentele di mia nonna.

Mio nonno paterno mi portava, invece, a esplorare le terre e la gente con cui era cresciuto: quei luoghi diversi che solo l’Emilia-Romagna può farti trovare. E poi, storie di boschi, fossi, animali, saluti cortesi e vecchi signori che levavano il cappello anche per salutare i più giovani. Amo il modo in cui –come mi raccontò anni dopo la mia infanzia– corteggiò mia nonna in tempo di guerra, mentre lottava per liberare la sua terra come partigiano attivo nelle file del Comitato di Liberazione Nazionale. Uno degli ultimi ricordi che conservo di lui è il suo dispiacere nel veder partire mio fratello e me dopo il tempo trascorso con lui e la nonna in Emilia-Romagna; era settembre, il nostro ultimo fine settimana di sole insieme.